42) Ferrari. Sulle filosofie favorevoli alla rivoluzione.
Scritta negli anni 1849-1850, a ridosso della rivoluzione del
Quarantotto e del suo esito negativo, Filosofia della rivoluzione
 una riflessione di Giuseppe Ferrari sulla filosofia che 
favorevole alla rivoluzione (l'illuminismo e soprattutto
l'empirismo lockiano) e il suo avversario (il pensiero
d'ispirazione cristiana). Riportiamo l'inizio del Proemio.
G. Ferrari, Filosofia della rivoluzione (pagine 108-109).

La rivoluzione  il trionfo della filosofia chiamata a governare
l'umanit. Fuori della filosofia non v'ha rivoluzione; la ragione
non  libera, la scienza non  padrona; il culto regna sulla
societ, domina la ragione, detta le leggi e governa l'umanit.
Ognuno intende poi per rivoluzione il gran moto per cui la Francia
destava tutti i popoli dell'Europa. Trattasi ora di sapere qual
deve esserne la filosofia?.
Era quella di Locke e vinceva il cristianesimo e trasportava sulla
terra il destino dei viventi, e chiamava ogni uomo ad essere
pontefice a s stesso. Pure dal giorno in cui il moto si ferm
sotto le due reazioni dei Borboni e di Luigi Filippo, la guida di
Locke manc, Voltaire e Rousseau rimasero sopraffatti, rest
dubbia ogni conquista dello spirito umano. I discepoli di Locke si
attenevano ai fatti, che non lasciavano titubante il diritto: ma
si dimand che cosa sono i fatti, si chiese se il cristianesimo
non  alla volta sua un fatto grande almeno quanto la rivoluzione
nascente e se i suoi miracoli non abbiano diritto d'imporsi quanto
gli avvenimenti della storia. - Concentravasi il fatto nella
sensazione che pareva certissima, ma si dimand se l'idea non sia
certa quanto la sensazione, se il mondo delle idee, che
disprezzavasi in Platone, in Descartes, non valesse quanto il
mondo della natura, e se la natura potesse stare senza le idee, di
spazio di tempo, di causa o di sostanza e senza i generi per cui
trovasi classificata. - I discepoli di Locke pendevano al
materialismo s lusinghiero per chi cerca cognizioni utili e
positive, ma fu chiesto se la materia sia evidente, avverata, se
si possa conoscere qualche cosa di pi che il suo apparire, se il
suo apparire non sia qualit piuttosto che materia, propriet
piuttosto che sostanza. - La scuola di Locke accettava il dubbio e
vi trovava nuove forze per disfidare il dogma lungo tempo
inoppugnabile della cristianit; e il dubbio era liberatore, era
il primo principio del libero esame, e feriva Cristo in cielo e si
ricadeva necessariamente sulla terra, nella sensazione di Locke,
nella sfera dei fatti. E qui pure fu chiesto se il dubbio non
feriva il fatto stesso, se distrutto il cielo non invadeva la
terra, se non rendeva incerto l'avvenire, incerta la fede nella
rivoluzione, incerta ogni speranza di sfuggire alle tirannie del
passato. - Vedevansi gli uomini sorgere liberi ed eguali dal limo
della sensazione, e sembrava impossibile che taluni potessero poi
arrogarsi diritti, privilegi e supremazie a nome di pi eletta
origine; ma fu chiesto se l'ineguaglianza che poi sorge dalla
sensazione non sia anch'essa terribile, se, opera della mente che
sovrasta al diritto primitivo, non fondi anch'essa il suo diritto,
e se non conduca a stabilire lo spaventevole diritto della forza.
- Confidavasi nella ragione, ma fu chiesto se la ragione non 
fuori del senso; se, posta fuori del senso, nelle idee, non ha il
diritto di trascendere la natura, se nel trascendere la natura,
non ha il diritto di disprezzare il mondo che la scuola di Locke
presenta come la terra promessa, se non ha il diritto di metter
capo nel cielo di Socrate o di Platone o de' neoplatonici, d'onde
si passava nel cielo di Cristo. Quindi nuovi sistemi
oltrepassavano disdegnosi la conquista di Locke, spiegavano il
volo attraverso la storia, e rimaneva dubbio se la rivoluzione non
fosse un accidente, se la negazione volteriana, se la demolizione
di Rousseau non fossero traviamenti di un popolo febbricitante; e
dottamente si trassero innanzi Leibniz, Descartes, tutte le
filosofie sconfitte, or consigliando ai filosofi di allontanarsi
dal campo della politica, or consigliando alla rivoluzione di
tramutarsi in una nuova fase del cristianesimo, or trasportando il
problema dell'umanit in cavilli s audacemente impotenti, che
l'avanzare diveniva impossibile, il retrocedere sembrava buon
consiglio.
G. Ferrari, Filosofia della rivoluzione,
in La letteratura italiana. Storia e testi,
 Ricciardi, Milano-Napoli, 1957,
 volume 68, pagine 1139-1142
